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Catarsi

Stracciare un progetto, cominciarne un altro

Il treno è passato, e io sono ancora fermo sulla banchina. Non c’è più nessuno attorno a me: soltanto io, il cane che ancora abbaia, e il barista che sorride al banco, sta spillando un’altra birra per me, offre la casa. Le due strisce di acciaio della rotaia corrono dritte filate, superano l’orizzonte: ormai il treno è già fuori dalla mia vista. Non c’è un tabellone delle partenze, solo degli arrivi. È un posto strano questo: sai da dove arrivano i convogli, ma non saprai mai dove andranno a finire. Forse decidi tu dove finiscono, forse corrono, corrono e corrono sempre senza una meta precisa, e prima o poi vorrai scendere. Forse stanno andando proprio dove vuoi tu.

Una cosa è certa però: sei ancora in piedi sulla banchina, e non potrai mai sapere dove vanno i treni. Ma forse meglio così, credo che ognuno di noi sia artefice del proprio destino. Il treno si era fermato e anche se volevo prenderlo qualcosa mi ha bloccato. Forse il mio subconscio, come sosteneva il vecchio Sigmund, forse la paura di essere in più, di sentirmi un intruso nella vita di altre persone.

Sì, probabilmente è questo che mi fa mancare tutti i treni: la paura di restarci male. Una settimana di cattivo umore contro un’opportunità? Probabilmente ne vale la pena. Peccato che mi dimentico di questo particolare ogni volta che devo salire quei tre fatidici scalini e accomodarmi in una carrozza. Ma prima o poi entrerà nella testa, a forza di schiaffi e di giornate di merda.

Mi hanno detto in molti che è un processo naturale, che ci sono passati tutti. Capisco che è vero, tutti quanti prima o poi soffrono, ma sento che sono troppo vecchio per passarci ora, pur essendo ancora giovane. Credo che questa fase sia più adatta all’adolescenza, non ad uno come me, che tra poco tempo verrà catapultato di nuovo in un mondo che non conosce, pronto a sbranarlo come un branco di squali.

E allora cosa facevo io durante l’adolescenza? Niente, conducevo la mia vita. Ma non era male: andavo bene a scuola, gli amici mi apprezzavano, in famiglia andava tutto bene. Un piatto e noioso bene. Non una scossa, non un traballamento.

Avrei dovuto fare tutte queste cose molto tempo fa, ma per i miei stupidi timori ho sempre scelto la via più facile. Anche perché cercavo sempre di tenere il piede in due scarpe: se volevo legarmi ad una persona, oppure saltare in un nuovo lavoro, in generale provare una nuova esperienza non volevo abbandonare la vecchia strada, ma solo tenerla in disparte per magari ripercorrerla qualche tempo dopo. Ma non funziona così: queste scelte sono un bivio, o prendi una, o prendi l’altra. Ed io ho scelto sempre la strada liscia, quella ben illuminata.

Certe volte cerco di giustificarmi, dicendomi che la fonte di tutte queste stupide paure sono dei traumi che ho subito, e già chiamarli traumi è un’esagerazione. Purtroppo ultimamente ho anche troppo tempo per riflettere, e ho concluso che mi sto dicendo stronzate da solo: le persone non sono le stesse, le circostanze non sono le stesse, nemmeno io sono lo stesso. Sono passati anni e anni e tutto è cambiato, non posso aggrapparmi a vecchie ferite per giustificarmi. Perché di queste ferite è rimasta soltanto una leggera cicatrice, che neanche fa male, però cercare di evitare il rischio mi fa stare bene con me stesso.

Fortunatamente, con tutti gli schiaffi che ho preso negli anni, sono riuscito a conoscermi meglio, e una cosa che ho scoperto (che dimentico troppo spesso) è che dopo un paio di giorni da uscire di testa, dubbi esistenziali e sconforto arrivano i momenti più energici: i momenti della catarsi.

Non è una cosa che arriva da sola, bisogna un po’ lavorarci, buttare fuori tutto, sfogarsi senza controllo, urlare e piangere se serve. Poi una mattina ti svegli e sei pronto a spaccare il mondo, schiena dritta e voglia di farsi vedere, saltare giù dalla banchina e correre lungo le rotaie fino a cadere a terra stremato. Anche stavolta il momento è arrivato: mi sono rialzato e sono ripartito.

In questo caso è stato un finale dolceamaro. Ovviamente non è andata come volevo io, però tutto quello che dovevo dire l’ho detto, senza omettere nulla, che fosse una cosa scomoda o meno. Il mio timore più grande è che avrei dovuto fare delle scelte, lasciare indietro certe cose, rompere un gruppo. Ma non avevo considerato che le persone a cui giro attorno sono persone mature, non più ragazzini, e la cosa non è successa, anzi. Il ragazzino sono io, che veramente ho pensato che questo avrebbe potuto accadere. Spesso mi stupisco di quanto ingenuo io possa essere.

Non posso dire che non faccia ancora male, la ferita è ancora fresca e basta veramente poco per riaprirla, ma fa ogni giorno meno male. Con calma, si cicatrizza anche questa.

La buona notizia è che tra poco cambierò nuovamente aria, vedrò nuovi orizzonti e nuove persone, spero anche qualche buon treno. La cattiva è che dovrò lasciare indietro affetti ed amicizie, ma questa sarà una cosa che non rimpiangerò, anzi, guardando indietro vedrò soltanto facce amichevoli che mi sorrideranno. Mi mancheranno un sacco, e per me saranno sempre l’ispirazione quando la strada si farà più difficile. Lascerò indietro anche le cose che mi hanno fatto male: gli errori stupidi, le occasioni perse, i rimpianti. Ti insegnano, ma continuando ad accumulare si finisce schiacciati sotto il loro peso.

Con quello che ho imparato da queste persone lavorerò su me stesso: invidio profondamente le loro qualità, certe al momento sono al di fuori della sfera del mio carattere, probabilmente non arriverò mai dove arrivano loro, ma proverò mille e mille volte, perché non sono perfetto, anzi, sono molto peggio di quanto il mio ego mi suggerisca. Devo allenare quella vocina dentro che mi suggerisce di buttarmi, di provare e rischiare tutto, e far tacere l’altra stronza, quelle dei timori e delle paure.

Tra qualche tempo guarderò indietro a queste parole, a questi momenti. Sorriderò, verserò qualche lacrima, per qualche minuto avrò la voce spezzata dalla commozione. Ma saranno ricordi felici, nonostante gli schiaffi. Perché non posso piegarmi per così poco, anche se queste cose sconquassano le mie convinzioni nel profondo. Queste convinzioni sono come le ossa, una volta che si spezzano si risaldano, sono più forti di prima. Si potranno spezzare per migliaia di volte ancora, ma servirà qualcosa di sempre più forte, mentre attutiranno il colpo di altre cose che una volta mi avrebbero inginocchiato. Forse significa proprio questo crescere.

Il barista al banco mi chiama e mi porge la birra ricca di schiuma. Porto il boccale alle labbra e bevo una lunga sorsata: il sapore amarognolo invade la bocca. Nel mentre, un fischio distante ed uno sferragliare ritmico mi avvisano dell’arrivo di un altro treno. Penso che questo lo prenderò.

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