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Io che perdo il treno

Appunti di giornate che vorresti cancellare

Come anticipato la scorsa volta, ho scoperto di essere un coglione. Ormai è un’assoluta certezza, senza se e senza ma. Sebbene negli ultimi anni la mia vita sia stata coronata da più di qualche successo a livello lavorativo, tutti gli altri aspetti di quello che sono io sono a dir poco lacunosi.

Nel mio lavoro attuale (e pure in quello precedente) me la sono sempre cavata egregiamente, non ho mai avuto troppa difficoltà ad arrivare dove avrei voluto essere. Ed è il mantra che mi ripetevo ogni volta che qualche altro pezzo della mia vita cadeva: “Sei fatto per conseguire il tuo fine ultimo, tutto il resto è distrazione”. Ma ora mi sono rotto il cazzo.

Sono stanco di essere quello bravo a fare cose e una volta usciti dall’ufficio essere uno stronzo che si lascia scappare opportunità da sotto il naso, quello che pensa e ripensa mille volte a come sarebbe potuta andare se avessi detto questa o quella frase. Quello che ogni giorno vede delle persone che avrebbero colmato queste lacune però no, per varie ragioni non è andata così. Sono stanco di avere la testa imbottita di metodiche ed inutili analisi di come potrebbero essere andati gli eventi.

Perché nella mia stazione il treno passa una volta sola, se lo perdi sono cazzi tuoi. Anzi, altre volte è capitato che sia passato pure due o tre volte, ma chissà dov’ero, probabilmente al bar con una birretta in mano, che mi ripetevo che non era il momento giusto per salire. Chissà quale momento pensavo sarebbe stato quello giusto. E infatti colleziono ormai un’invidiabile serie di inculate.

Non so come sia essere voi, ma vi assicuro che non è facile essere me. Avete presente il concetto di impiantare un’idea di Inception? Ecco, se mi convinco di una cosa si cementa lì e neanche a martellate la scalfisci. Però negli ultimi tempi sono migliorato, riesco a riconoscere subito quando si tratta di un’idea di merda. Ma questa consapevolezza è un mero ritardo, e sono doppiamente coglione perché interpreto l’idea di merda come un’idea sfidante, sbagliando sonoramente, e quando non si verifica raccolgo i pezzi, trovando solo un sacco di cantonate.

Non lo so, ultimamente ne godo quasi a complicarmi la vita. A volte penso che è un passo necessario per essere felici, e ancora oggi mi chiedo se sono felice: mi prendo un paio di secondi per pensarci e poi mi rispondo. Spesso è sì, ma è facile chiederselo quando tutto va bene. Il fatto che il percorso lavorativo che sto facendo, la gente che ho conosciuto negli ultimi tempi girano la lancetta verso il sì, e il mio pensiero si ferma lì, senza considerare tutti gli aspetti sociali che non riesco a coltivare, le tensioni e i pensieri di merda, perché sì è quello che voglio sentire da me stesso.

Non sono mai stato un grande ottimista, spesso maschero il mio pessimismo come realismo. Certo almeno di sembrare ottimista, mento pure a me stesso che le cose sarebbero potute andare bene, quando che con un minimo di analisi oggettiva è chiaro che sarei finito ammaccato.

Oltretutto è un po’ che ho qualche pensiero di autodistruzione: non estremi, non sono quel tipo di persona lì, ma uscire e bere fino a collassare a volte è un’idea che mi attira. Perché sono convinto del fatto che annebbiarsi la mente con l’alcool ti aiuti a lenire i problemi, ad affogare i miei demoni a forza di gin tonic. Ma in verità non è vero un cazzo: l’unica cosa che ottengo è abbattere le ultime, fragili barriere di pensiero razionale che mi rimangono, lanciandomi in ragionamenti sconclusionati, come una biga fuori controllo. Una coppia di cavalli impazziti che tracciano solchi profondi su quello che sono. Il problema è che non dimentico e la mattina dopo mi sveglio con l’allegria e la voglia di vivere del mostro di Frankenstein.

Ho capito anche cosa riesce a distrarmi e a farmi staccare dalla merda nella quale sto navigando almeno per un po’. La prima è masterare a D&D, anche in compagnia delle persone che mi hanno spezzato, perché non sono più veramente loro, stanno interpretando i loro personaggi, personaggi che io gestisco. Sarà questo probabilmente il motivo per cui mi piace masterare: lì ho il controllo assoluto degli eventi, ciò che dico io è legge e va rispettato come tale, nella vita vera invece mi sento come un guscio di noce in mezzo ad una tempesta.

L’altra è scrivere, anche cazzate tipo questa. Magari questa non è particolarmente utile, che invece di distrarmi mi obbliga a pensare alle mie puttanate, ma generalmente scrivendo narrativa oppure di qualche argomento in particolare mi aiuta a staccare la spina per un po’. Questo è uno dei motivi portanti per i quali ho aperto il mio blog: scrivere qualcosa crea una bolla impenetrabile attorno a me, isolandomi completamente dallo schifo che mi arriva addosso ogni giorno.

Una terza cosa, ritrovata da qualche tempo, sono un gruppo insostituibile di persone che ho conosciuto bene soltanto qualche mese fa: un gruppetto per cui provo un profondo rispetto, ma anche una sana invidia, perché ognuna di loro ha qualità che non penso riuscirò ad ottenere perché sono fuori dal mio carattere. Quando parlo con loro sono sinceramente divertito, arrabbiato o commosso, non devo fingere e posso essere me stesso.

Anzi no, meglio non essere me stesso, il vero me stesso che c’è sotto, quello egocentrico, narcisista e vanaglorioso. Combatto battaglie contro me stesso ogni giorno quando credo di essere una persona migliore delle altre, perché è una stronzata che mi dico per giustificare le mie scelte sbagliate. Qualcosa riesce comunque a penetrare: gran parte dei miei lavori li faccio unicamente per ricevere complimenti, perché pur facendo finta di essere modesto, ci godo a ricevere complimenti, ad essere scenografico, a sorprendere. Il problema è che tutti questi complimenti vanno a gonfiare il mio già smisurato ego. Ed è a questo punto che l’idea si impianta, e poi va tutto a puttane. Da questo punto ricomincia il circolo vizioso: l’ego ricresce nuovamente, mi metto in testa l’ennesima idea di merda, va tutto a puttane, ne esco distrutto.

Mi hanno detto che questo significa vivere, ma non riesco a capire se anche le altre persone sono schiave dello stesso ciclo e non lo danno a vedere oppure sono io che sono stronzo e non riesco a contenere i miei pensieri. Certe giornate arrivo a scuola con un umore veramente di merda, e non mi sforzo neanche tanto per mascherarlo. Tutto ciò che voglio è che certe persone se ne accorgano e mi parlino. Ho sempre un estremo bisogno di esternare ciò che tengo dentro, ho bisogno di qualcuno che mi dia due schiaffi e mi faccia svegliare fuori. Ma spesso tutto ciò non succede, per il motivo citato all’inizio: i miei rapporti umani fanno schifo. Anzi, non fanno così schifo, però non arrivano abbastanza in profondità per fare il salto e parlare di problemi personali. Ho sempre pensato che questa cosa sia legata al mio aspetto fisico: un marcantonio di due metri per 130 chili sicuramente avrà una stabilità mentale invidiabile. Vi assicuro che non è così, mi sento labile, una linea di ragionamento che si incrina alla minima vibrazione, fragile come un calice di cristallo. Basta così poco, uno scossone, per spezzarlo.

E come se non bastasse sono tre volte coglione perché mi metto analizzare in maniera metodica ogni evento: non capisco se è deformazione professionale o il mio modo di essere, ma devo sviscerare ogni possibile conclusione di qualsiasi avvenimento. E guarda caso le strade che finiscono dove voglio io sono sempre per la maggioranza. I percorsi che invece portano a questo sono minimizzati quasi ad essere insignificanti, però sistematicamente ogni volta si verte su quelli.

Il quarto e ultimo motivo per il quale sono un coglione è che non ascolto gli amici: spesso mi hanno consigliato di non fare questa o quella cazzata, ma per il mio ego smisurato o perché cazzo ne so, io la facevo con fierezza, come se volessi dimostrare qualcosa a queste persone. L’unica cosa riesco a dimostrare è che avevano ragione.

Cosa mi rimane ora? L’unica cosa che è sempre lì, il mio fine ultimo, il mio lavoro. Penso che mi rifugerò su quello per un po’, il tempo di leccarmi le ferite per poi ricominciare con altre cazzate. Nel breve termine voglio andarmene, lasciare tutto indietro e prepararmi al prossimo salto fuori da Big Rock. Si chiuderà un ciclo, un grosso scatolone di ricordi e cazzate che forse forse un giorno ci riderò pure sopra, ma vanno lasciate lì a decantare, e dimenticarle sarebbe il quinto motivo per cui sarei un coglione.

Ora mi conoscete più in profondità, inoltre vi posso assicurare che se siete arrivati fino a qui in fondo siete tosti, non è facile sopportare così tante stronzate. Vi voglio lasciare in custodia un brano che ultimamente ascolto troppo spesso, ma c’è qualcosa nella sua onda che entra in risonanza con i pensieri che scorrono, ed in qualche modo riesce ad allentare la morsa viscida sulla mia testa. Che nelle vostre vite non perdiate mai il treno.

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